Probabilmente ti hanno detto che esistono questi trucchetti o hai trovato un servizio online dove basta inserire il nome del profilo, fare qualche clic e vedere aumentare il numero dei follower. Il clic «magico» che ti genera follower gratis su TikTok va però approfondito: c’è infatti da porsi una domanda importante: che cosa viene realmente dato in cambio di quei follower?
Perché un servizio può essere gratuito in termini di denaro, ma chiedere comunque qualcosa: l’accesso al tuo account, i tuoi dati, la compilazione di sondaggi, l’installazione di applicazioni o altre attività.
Se invece vuoi aumentare i follower senza acquistarli, esiste un’altra strada: la crescita organica, che richiede però tempo e lavoro sul profilo.
E c’è infine una terza possibilità: dare al profilo un boost iniziale acquistando follower, like o visualizzazioni e continuando contemporaneamente a lavorare sulla crescita.
Su TikTok, il numero di follower non è solo estetica: è una chiave che apre (o chiude) alcune porte.
Diversi creator e piattaforme di monetizzazione confermano che specifiche funzioni diventano attive solo oltre certe soglie: ad esempio le LIVE con regali (da circa 1.000 follower), una maggiore credibilità per il TikTok Creator Marketplace, o semplicemente una percezione più solida da parte di brand, agenzie e utenti.
Per un osservatore esterno — e spesso anche per l’algoritmo — il numero di follower è il primo filtro, quello che decide se il tuo profilo “gioca un certo ruolo” oppure resta invisibile.
Quando cerchi online un modo per aumentare gratuitamente i follower, puoi trovare servizi che fanno una promessa molto semplice: inserisci il tuo username, scegli una quantità e aspetti che il numero aumenti.
Sembra tutto molto facile.
Prima di cliccare, però, conviene capire come funziona realmente il servizio e soprattutto cosa viene richiesto in cambio.
Un servizio che non ti chiede una carta di credito non è necessariamente un servizio gratuito.
Questo è probabilmente il primo campanello d’allarme.
Per aumentare il numero dei follower del tuo profilo non c’è motivo di consegnare la password del tuo account a un servizio di terze parti.
Lo stesso vale per piattaforme che ti chiedono di effettuare il login attraverso procedure poco chiare o che non permettono di capire esattamente chi avrà accesso al tuo account.
Lo username può essere pubblico. La password no.
Se un servizio che promette follower gratuiti richiede le tue credenziali, è meglio fermarsi prima di procedere.
Alcuni servizi utilizzano un modello diverso.
Non paghi direttamente per i follower, ma per riceverli devi completare un sondaggio, registrarti a un servizio, scaricare un’app oppure svolgere una determinata attività.
In questo caso il follower non è propriamente gratuito: il tuo “pagamento” avviene attraverso tempo, dati o azioni.
Prima di accettare, quindi, chiediti cosa stai realmente dando in cambio di quello che ricevi.
Un’altra possibilità è il cosiddetto follow for follow: tu segui altri profili e, in cambio, altre persone seguono il tuo.
Il sistema può sembrare interessante se l’unico obiettivo è aumentare rapidamente il numero mostrato sul profilo.
Ma c’è una differenza sostanziale tra avere più follower e avere persone interessate ai tuoi contenuti.
Se una persona ti segue soltanto perché si aspetta che tu ricambi il follow, non significa che guarderà i tuoi video, interagirà con loro o continuerà a seguirti nel tempo.
Esistono anche servizi che utilizzano un sistema a punti.
Segui altri account, metti like, guardi contenuti o completi determinate azioni e accumuli crediti che puoi utilizzare per ottenere follower.
Anche in questo caso la parola “gratis” va presa con le pinze.
Se devi scambiare tempo e attività per ottenere follower, non sono realmente gratuiti.
Inoltre, più il sistema si basa su attività ripetitive e automatizzate, più ci si allontana da una crescita basata sull’interesse reale degli utenti.
Qui vale ancora di più la pena essere prudenti.
Una promessa come “1.000 follower gratis in pochi minuti” può essere molto più allettante della prospettiva di dover aspettare settimane per far crescere un profilo, ma il numero da solo non dice nulla sulla qualità del pubblico.
TikTok vieta comportamenti finalizzati a manipolare artificialmente la piattaforma e dichiara di poter rimuovere follower e like falsi quando vengono individuati.
Per questo, prima di guardare soltanto alla quantità, è meglio chiedersi:
Da dove arrivano questi follower?
Che cosa devo fare per riceverli?
Devo fornire l’accesso al mio account?
Sono persone realmente interessate al mio profilo?
Sono domande molto più utili del semplice “quanti follower posso ottenere gratis?”.
C’è anche un modo molto più semplice per interpretare la parola “gratis”: non acquistare follower e farli arrivare attraverso la normale attività del profilo.
In questo caso non ricevi un determinato numero di follower da un servizio.
Sono le persone che scoprono i tuoi contenuti su TikTok, visitano il profilo e decidono autonomamente di seguirti.
Questa è la crescita organica.
Non richiede necessariamente un budget pubblicitario o un acquisto di follower, ma richiede qualcosa che spesso viene sottovalutato: tempo.
Bisogna lavorare sul profilo, pubblicare contenuti, capire quali argomenti funzionano e analizzare quali attività riescono realmente a portare nuovi follower.
Per questo motivo è importante distinguere:
gratis ≠ senza lavoro
Se non vuoi spendere soldi, puoi far crescere il profilo organicamente, ma non esiste un pulsante che permetta di ottenere migliaia di follower reali senza fare nulla.
Qui arriviamo a una situazione diversa.
Potresti avere un profilo appena aperto, un progetto da promuovere o semplicemente voler partire da una base numerica più alta senza aspettare mesi di crescita organica.
In questo caso alcune persone scelgono di utilizzare un boost iniziale.
Il principio è diverso rispetto alla ricerca di un servizio gratuito: non si cerca di ottenere follower senza pagare, ma si investe una somma per dare al profilo una spinta iniziale.
A seconda dell’obiettivo, il boost può riguardare follower, like e visualizzazioni.
L’idea non dovrebbe essere quella di sostituire completamente il lavoro sul profilo.
Un numero maggiore di follower non rende automaticamente più interessanti i contenuti e non garantisce che i video successivi abbiano successo.
Il boost può invece essere utilizzato come supporto iniziale, mentre il profilo continua a essere alimentato e ottimizzato.
UnicaWebStudio offre la possibilità di acquistare un incremento iniziale di follower TikTok, con la possibilità di affiancare anche like e visualizzazioni.
È una soluzione pensata per chi non vuole partire completamente da zero e preferisce dare al profilo una base numerica iniziale più consistente.
Il servizio non va però interpretato come un’alternativa alla crescita del profilo. Se vuoi esaminare degli esempi reali puoi leggere questo articolo di approfondimento sui follower TitkTok
Il modo più sensato di utilizzarlo è considerarlo come un boost iniziale, continuando a lavorare sui contenuti e sulla presenza del profilo.
In questo modo le due attività hanno funzioni diverse:
il boost aumenta rapidamente la base numerica, mentre il lavoro sul profilo serve a costruire una crescita successiva.
Su TikTok puoi avere un video interessante, ben montato e con un contenuto di valore.
Ma se nei primi secondi non riesci a catturare l’attenzione, probabilmente quel contenuto non verrà mai visto fino in fondo.
Il motivo è semplice: l’utente non ha nessun obbligo di guardarti.
Scorre il feed, vede il tuo video e in una frazione di secondo decide se fermarsi oppure continuare.
Per questo i primi 3 secondi sono diventati uno degli elementi più importanti nella costruzione di un video per TikTok.
Non significa che dopo tre secondi il video sia «promosso» o «bocciato» dall’algoritmo. TikTok utilizza diversi segnali per determinare quali contenuti proporre nel feed Per Te, tra cui le interazioni degli utenti, le informazioni contenute nel video e il comportamento di visione. TikTok ha inoltre spiegato che completare la visione di un video può essere un indicatore forte di interesse.
Ma tutto parte da una domanda molto semplice:
perché una persona dovrebbe fermarsi proprio sul tuo video?
Uno degli errori più comuni è iniziare un video come se fosse una presentazione.
«Buongiorno, oggi voglio parlarvi di…»
«Nel video di oggi vediamo…»
«Se sei interessato a…»
Il problema non è che queste frasi siano sbagliate.
È che spesso non danno nessun motivo per continuare a guardare.
Su TikTok funziona meglio partire direttamente dal punto interessante.
Per esempio:
«Se fai questo errore quando acquisti una macchina usata, rischi di perdere migliaia di euro.»
Oppure:
«Questo è il motivo per cui il tuo video TikTok non supera mai le 500 visualizzazioni.»
Oppure ancora:
«Tre cose che avrei voluto sapere prima di ristrutturare casa.»
In tutti e tre i casi, lo spettatore riceve immediatamente una ragione per rimanere.
Non sa ancora quale sarà la risposta.
Ed è proprio questo il punto.
Un buon inizio non deve necessariamente spiegare tutto.
Deve creare curiosità.
Se dici:
«Oggi parliamo di alimentazione.»
hai spiegato l’argomento, ma non hai creato particolare interesse.
Se invece dici:
«Questa è una delle peggiori abitudini alimentari che puoi avere.»
nella testa dello spettatore nasce una domanda:
«Quale?»
E quindi continua a guardare.
Lo stesso principio può essere applicato praticamente a qualsiasi settore.
Un negozio di arredamento:
«Non comprare un divano prima di aver controllato questa cosa.»
Un ristorante:
«Se vuoi fare una vera carbonara, non fare questo errore.»
Un personal trainer:
«Se fai gli addominali in questo modo, stai lavorando molto meno di quanto pensi.»
Un professionista SEO:
«Il tuo sito può essere primo su Google e avere comunque un problema.»
Il contenuto può poi sviluppare la promessa iniziale.
Ma nei primi secondi bisogna dare allo spettatore un motivo per voler conoscere il resto.
Funziona | Da evitare |
Entrare subito nel tema con una frase, un’immagine o un’azione che catturi l’attenzione | Lunghe introduzioni prima di arrivare al punto |
Creare curiosità lasciando una domanda o una promessa a cui il video darà risposta | Dire subito tutto, senza lasciare un motivo per continuare a guardare |
Mostrare subito il prodotto, il risultato o l’azione di cui si parla | Inquadrature statiche o schermate che non aggiungono nulla |
Utilizzare testo, voce e immagini insieme per rendere immediatamente comprensibile il contenuto | Affidarsi a un solo elemento per spiegare il messaggio |
Mantenere la promessa iniziale durante il resto del video | Utilizzare titoli sensazionalistici o promesse che il video non mantiene |
Parlare direttamente al pubblico, utilizzando un problema, una domanda o un interesse concreto | Partire con frasi generiche come «Oggi voglio parlarvi di…» |
C’è però una differenza importante tra creare curiosità e fare clickbait.
Se prometti:
«Questo trucco ti farà diventare virale»
e poi nel video dici semplicemente di pubblicare contenuti con maggiore costanza, probabilmente avrai creato attenzione una volta.
Se prometti qualcosa nei primi secondi, però, devi poi mantenere quella promessa. Un video che attira l’attenzione con un’affermazione molto forte e poi offre una risposta banale o completamente diversa da quella che lo spettatore si aspettava può ottenere una visualizzazione, ma difficilmente costruisce interesse nel tempo.
Per questo un buon hook deve essere coerente con il contenuto che segue. L’obiettivo non è semplicemente impedire lo scroll, ma creare una curiosità reale e accompagnare lo spettatore fino alla risposta. In questo modo l’apertura del video non diventa un trucco per ottenere una visualizzazione, ma il primo elemento di un contenuto che ha davvero qualcosa da raccontare.
Catturare l’attenzione all’inizio è importante, ma non basta. Anche quello che succede subito dopo deve essere coerente con la promessa iniziale e accompagnare lo spettatore verso la risposta senza tempi morti o passaggi superflui.
Per questo è meglio entrare subito nel contenuto, mostrando fin dall’inizio il prodotto, il risultato, l’azione o l’elemento di cui si sta parlando, invece di lasciare spazio a introduzioni, schermate statiche o momenti in cui non succede nulla. Anche testo, voce e immagini possono lavorare insieme per rendere il messaggio immediatamente comprensibile. Un video dedicato a un prodotto, per esempio, potrebbe mostrarlo direttamente mentre una voce dice: «Ecco perché questo prodotto costa il doppio del precedente.» In pochi secondi lo spettatore ha già capito l’argomento e ha un motivo per continuare a guardare.
La stessa logica vale per il resto del video. Se hai aperto una domanda, devi arrivare alla risposta; se hai promesso tre consigli, devi fornire quei tre consigli; se hai mostrato un prima e dopo, devi arrivare rapidamente al risultato. L’obiettivo è mantenere il ritmo e ridurre al minimo la distanza tra ciò che prometti e ciò che mostri, senza ricorrere necessariamente a montaggi complessi.
A questo punto entra in gioco la parte più interessante: misurare quello che succede realmente.
Le visualizzazioni sono certamente importanti, ma da sole raccontano poco.
Per capire se un video funziona bisogna osservare soprattutto quanto tempo le persone rimangono, quanto del video guardano, quante persone arrivano alla fine e quali interazioni genera.
Il tempo medio di visione e la durata della visualizzazione possono aiutarti a capire se il contenuto riesce a mantenere l’attenzione. Like, commenti, condivisioni e nuovi follower aggiungono invece informazioni sul tipo di reazione che il video genera.
TikTok mette a disposizione nelle Analytics dati come visualizzazioni, tempo di visione, tempo medio di visualizzazione e informazioni sul traffico. La stessa piattaforma suggerisce di osservare l’andamento complessivo dei dati per aumentare la visibilità sul canale, invece di concentrarsi su una sola metrica.
E questo porta a una considerazione importante:
Un buon video TikTok non è necessariamente quello con più visualizzazioni. È quello che riesce a catturare l’attenzione, mantenerla e generare una reazione.
I primi 3 secondi sono quindi soltanto l’inizio.
La vera sfida è convincere l’utente a non fare swipe dopo aver deciso di fermarsi.
Quando devi acquistare qualcosa online e non conosci il prodotto, cosa fai?
Probabilmente cerchi qualche recensione.
Se vuoi andare in un ristorante, guardi quante persone ci sono già state e cosa ne pensano.
Se trovi un professionista su Instagram, magari controlli quanti follower ha, che tipo di contenuti pubblica e soprattutto come interagiscono le persone con quello che pubblica.
Non è un comportamento casuale.
Stai cercando una conferma: se altre persone si sono fidate di quell’azienda, di quel prodotto o di quel professionista, forse posso fidarmi anch’io.
Questo meccanismo viene chiamato social proof, o prova sociale.
Ed è uno dei principi più interessanti da conoscere quando si lavora sulla comunicazione online.
Il social proof è il fenomeno per cui tendiamo a considerare un comportamento, una scelta o un prodotto più affidabile quando vediamo che altre persone lo hanno già scelto, apprezzato o utilizzato.
È un meccanismo molto semplice.
Se entri in due ristoranti e uno è completamente vuoto mentre nell’altro ci sono venti persone, probabilmente il secondo ti sembrerà più interessante.
Non significa necessariamente che si mangi meglio.
Ma il comportamento degli altri diventa un’informazione che utilizzi per prendere una decisione.
Online succede esattamente la stessa cosa.
Solo che i segnali possono essere molto diversi.
Una recensione positiva.
Centinaia di commenti sotto un post.
Un prodotto con migliaia di acquisti.
Una testimonianza di un cliente.
Un video realizzato da una persona che utilizza realmente quel prodotto.
Un profilo Instagram con una community attiva.
Tutti questi elementi possono contribuire a creare social proof.
Quando una persona arriva sul tuo sito o sul tuo profilo social, spesso non ti conosce.
Non sa se il tuo prodotto è realmente valido.
Non sa se il tuo servizio funziona.
Non sa se sei affidabile.
E soprattutto non ha ancora un motivo concreto per fidarsi di quello che dici tu.
Puoi scrivere sul sito:
«Offriamo un servizio di altissima qualità.»
Ma sei tu a dirlo.
Una recensione di un cliente che racconta la propria esperienza ha un peso diverso.
Puoi scrivere:
«Siamo esperti nel nostro settore.»
Oppure puoi mostrare casi reali, risultati, testimonianze e clienti che hanno scelto di lavorare con te.
La differenza è importante.
Il social proof permette di spostare parte della comunicazione dal «fidati di quello che ti sto dicendo» al «guarda cosa hanno fatto e detto altre persone».
Il social proof non è una singola cosa.
Può assumere forme molto diverse a seconda del settore e del canale che stai utilizzando.
Sono probabilmente l’esempio più immediato.
Quando cerchi un hotel, un ristorante, un professionista o un negozio online, le recensioni possono influenzare molto la scelta.
Una persona che racconta concretamente la propria esperienza è spesso più convincente di una pagina piena di aggettivi positivi.
Per esempio:
«Servizio eccellente e massima professionalità»
è una testimonianza positiva, ma piuttosto generica.
Una recensione come:
«Avevamo un problema con il sito e in tre settimane abbiamo finalmente capito quali erano le pagine che stavano perdendo traffico e perché»
racconta invece qualcosa di concreto.
E proprio per questo può risultare più credibile.
Anche sui social il numero e la qualità delle interazioni possono diventare una forma di social proof.
Immagina due profili Instagram di aziende dello stesso settore.
Il primo pubblica regolarmente, ma sotto i post non c’è praticamente nessuna interazione.
Il secondo pubblica contenuti che ricevono commenti, domande, condivisioni e risposte da parte dell’azienda.
Quale dei due ti dà maggiormente l’impressione di avere una community attiva?
Probabilmente il secondo.
Non significa che il numero dei commenti sia automaticamente sinonimo di qualità.
Ma un profilo vivo e partecipato trasmette un segnale diverso rispetto a un profilo completamente passivo.
Una testimonianza può essere ancora più efficace quando racconta un’esperienza concreta.
Per esempio, un’azienda che vende software potrebbe mostrare:
«Prima impiegavamo quattro ore alla settimana per gestire questa attività. Dopo l’introduzione del software siamo scesi a meno di un’ora.»
Non stai semplicemente dicendo che il software è efficace.
Stai mostrando cosa è successo a un cliente.
Un altro esempio molto interessante è il cosiddetto User Generated Content, cioè contenuti creati direttamente dagli utenti.
Una persona che pubblica una foto mentre utilizza un prodotto.
Un cliente che realizza un Reel.
Un video in cui racconta la propria esperienza.
Una storia Instagram in cui mostra un acquisto.
Per un’azienda possono essere contenuti estremamente preziosi perché mostrano il prodotto fuori dalla comunicazione ufficiale del brand.
È la differenza tra vedere un’azienda che dice «il nostro prodotto è fantastico» e vedere una persona reale che lo sta effettivamente utilizzando.
Sì, ma con una precisazione importante.
Il numero di follower può essere percepito come un segnale di popolarità.
Un profilo con 100.000 follower comunica immediatamente qualcosa di diverso rispetto a un profilo con 500 follower.
Ma questo non significa che 100.000 follower siano necessariamente meglio di 500.
Se il profilo da 100.000 follower riceve dieci commenti per post mentre quello da 500 ne riceve cinquanta, quale dei due sembra avere una community più coinvolta?
Ecco perché il numero di follower da solo dice molto meno di quanto si possa pensare.
Un profilo IG può avere tanti follower in target e pochissima partecipazione.
Un altro può avere una community molto più piccola ma estremamente attiva.
Anche questo è social proof.
C’è un altro motivo per cui la prova sociale è così importante.
Quando acquistiamo qualcosa, soprattutto online, dobbiamo affrontare una certa dose di incertezza.
«Funzionerà?»
«Mi posso fidare?»
«Il prodotto sarà davvero come viene descritto?»
«Questa azienda sarà seria?»
«Vale davvero quello che costa?»
Il social proof aiuta a rispondere indirettamente a queste domande.
Se molte altre persone hanno acquistato.
Se ci sono recensioni positive.
Se esistono casi reali.
Se qualcuno utilizza pubblicamente il prodotto.
Se sotto i contenuti ci sono persone che fanno domande e ricevono risposte.
L’incertezza diminuisce.
E quando diminuisce l’incertezza, può diventare più semplice prendere una decisione.
Immaginiamo di avere un e-commerce che vende scarpe.
Possiamo presentare un prodotto con:
«Scarpa da running professionale. Materiali di alta qualità. Massimo comfort.»
Oppure possiamo aggiungere:
4,8/5 su oltre 2.000 recensioni
«Questa scarpa è stata acquistata da oltre 5.000 clienti»
Una recensione:
«Le ho utilizzate per la prima mezza maratona e dopo 20 km non avevo il problema che avevo con il modello precedente.»
E magari alcune foto pubblicate dagli stessi clienti.
Il prodotto non è cambiato.
Ma è cambiato il modo in cui viene percepito.
Non stai più ascoltando soltanto quello che dice il venditore.
Stai vedendo cosa è successo ad altre persone.
Lo stesso principio vale per Instagram.
Immaginiamo un professionista che pubblica un Reel nel quale spiega un problema frequente del proprio settore.
Il video riceve 20 like e nessun commento.
Dopo qualche settimana pubblica un altro video sullo stesso argomento, ma questa volta racconta un caso reale e conclude con una domanda:
«È mai successo anche a te?»
Il video riceve 80 commenti, viene condiviso e alcune persone iniziano a raccontare la propria esperienza.
Quel secondo contenuto non comunica soltanto un’informazione.
Mostra che esiste una community interessata a quell’argomento.
Per chi arriva sul profilo per la prima volta, vedere quella conversazione con tantissimi commenti video può diventare a sua volta una forma di social proof.
Qui arriviamo a un punto importante per chi lavora sulla crescita dei social.
Like, commenti e altre interazioni possono contribuire a creare segnali di attività e partecipazione intorno a un contenuto.
Ma non devono essere considerati come un sostituto della strategia.
Se pubblichi un Reel che non interessa a nessuno, avere più like non risolve automaticamente il problema.
La strategia dovrebbe invece lavorare su più elementi.
Il contenuto deve essere interessante.
Il video deve riuscire a catturare l’attenzione.
Il format deve essere adatto alla piattaforma.
Alcuni contenuti dovrebbero stimolare commenti.
Altri possono puntare sulle condivisioni.
Altri ancora sui salvataggi.
E, soprattutto nella fase iniziale di crescita di un profilo, può essere utile lavorare anche sulle interazioni per evitare che i contenuti partano completamente da zero.
Il punto non è quindi «comprare social proof».
Il punto è costruire un ecosistema nel quale le interazioni, i contenuti e la community lavorino insieme.
Questo è forse l’aspetto più importante.
Non serve avere 100.000 follower per avere social proof.
Un ristorante di quartiere con 800 follower può avere una pagina molto più convincente di un ristorante con 20.000 follower e nessuna interazione.
Un professionista con 1.500 follower può avere decine di testimonianze e commenti reali e una community che gli fa domande ogni giorno.
Un e-commerce può avere poche migliaia di clienti, ma centinaia di recensioni dettagliate.
La qualità del segnale conta più del numero preso isolatamente.
Per questo, quando lavori sulla presenza online di un’azienda, non dovresti chiederti soltanto:
«Quanti follower abbiamo?»
Ma anche:
«Quante persone interagiscono?»
«Quante persone parlano del nostro prodotto?»
«Abbiamo recensioni?»
«Abbiamo testimonianze?»
«Le persone condividono i nostri contenuti?»
«Ci sono clienti reali che mostrano quello che facciamo?»
Sono queste le domande che permettono di capire quanto social proof stai realmente costruendo.
Non esiste una formula identica per tutti.
Un e-commerce può puntare molto su recensioni, UGC e contenuti dei clienti.
Un ristorante può lavorare su recensioni, fotografie dei clienti, contenuti Instagram e Google.
Un professionista può utilizzare testimonianze, casi studio, risultati ottenuti e commenti della propria community.
Un’azienda B2B può valorizzare case history, loghi dei clienti, dati, testimonianze e risultati concreti.
La cosa importante è non limitarsi a dire quanto sei bravo.
Cerca di mostrare le prove.
Perché quando una persona vede che altri clienti hanno già scelto la tua azienda, hanno utilizzato il tuo prodotto, hanno lasciato una recensione o partecipano attivamente ai tuoi contenuti, la decisione di fidarsi può diventare più semplice.
Il social proof, in fondo, funziona proprio così.
Non sei più soltanto tu a parlare della tua azienda.
Cominciano a parlare anche i tuoi clienti.
Ci sono momenti in cui Instagram diventa molto più di una semplice vetrina.
Succede quando un contenuto non si limita a essere visto, ma inizia una conversazione.
È quello che è successo negli scorsi giorni sul profilo Instagram di Belén Rodriguez, tornata al centro dell’attenzione dopo le dichiarazioni di Fabrizio Corona nella nuova puntata di Falsissimo.
Al di là del gossip e delle questioni personali, questa vicenda offre un esempio molto interessante per chi si occupa di social media marketing.
Perché c’è una dinamica che vale la pena osservare:
un contenuto genera commenti, il personaggio risponde, le persone replicano e la conversazione continua.
E per un social network basato sull’interazione come Instagram, questo è un meccanismo estremamente interessante.
Per chi non avesse seguito la vicenda, tutto parte dalla puntata di Falsissimo pubblicata il 31 agosto.
Fabrizio Corona ha parlato della vita privata di Belén Rodriguez, facendo diverse affermazioni sulla sua relazione passata con Stefano De Martino e su un presunto coinvolgimento con Ignazio Moser.
Si tratta di ricostruzioni e accuse riportate da Corona e non di fatti accertati: le persone coinvolte hanno smentito o contestato alcune delle dichiarazioni.
La vicenda ha rapidamente superato i confini del programma.
Belén ha iniziato a intervenire direttamente sui social, rispondendo ad alcuni follower nei commenti dei propri post. In alcuni casi ha semplicemente messo like ai commenti, in altri ha risposto con poche parole, arrivando anche a contestare direttamente le ricostruzioni circolate.
Il risultato?
Il profilo è diventato uno dei luoghi nei quali la vicenda continua a svilupparsi.
E qui arriva la parte interessante per chi si occupa di marketing e visibilità sui social.
Normalmente pensiamo a Instagram in questo modo:
pubblico → le persone guardano → qualcuno mette like → fine.
Ma i contenuti che funzionano meglio possono seguire uno schema completamente diverso:
pubblico → le persone reagiscono → commentano → il profilo risponde → altre persone intervengono → nasce una conversazione.
È una differenza enorme.
Nel caso di Belén, il tema era già estremamente polarizzante.
Le persone avevano un’opinione.
C’erano utenti che la difendevano.
Altri che criticavano.
Altri ancora che volevano capire quale fosse la sua versione dei fatti.
Quando Belén ha iniziato a rispondere direttamente, ha dato un motivo ulteriore per continuare a commentare.
E questo trasforma la sezione commenti in qualcosa di molto più interessante di una semplice raccolta di messaggi.
Diventa una conversazione.
Immaginiamo un’azienda che pubblica un Reel.
Una persona scrive:
«Non sono d’accordo. Io ho avuto un’esperienza completamente diversa.»
L’azienda potrebbe ignorare il commento.
Oppure potrebbe rispondere:
«Interessante. Che cosa è successo nel tuo caso?»
A questo punto il commento ha generato una risposta.
E la risposta può generare un’altra risposta.
L’utente può spiegarsi meglio.
Un’altra persona può intervenire.
L’azienda può rispondere nuovamente.
La conversazione si allunga.
Nel caso di Belén il meccanismo è ancora più potente perché c’è una persona direttamente coinvolta nella vicenda che risponde in prima persona.
Una domanda alla protagonista.
Una risposta della protagonista.
Un’altra domanda.
Un’altra risposta.
È esattamente il tipo di dinamica che rende un contenuto molto più «vivo».
Qui bisogna fare attenzione a una semplificazione molto diffusa.
Non è corretto dire:
«Instagram vede tanti commenti e quindi fa diventare virale il post.»
Il sistema di Instagram è molto più complesso.
Meta spiega che i suoi sistemi utilizzano numerose previsioni e segnali comportamentali per cercare di capire quali contenuti possano essere interessanti per una determinata persona. Per esempio, la probabilità che qualcuno condivida un contenuto può essere uno dei segnali considerati, insieme a molti altri.
Inoltre, le raccomandazioni di Instagram vengono continuamente personalizzate sulla base dei contenuti e degli account con cui le persone interagiscono.
Quindi non esiste il pulsante magico:
«100 commenti = Instagram ti premia.»
Esiste però una cosa molto più interessante.
Un contenuto che riesce a generare comportamenti reali ha più possibilità di dimostrare di essere interessante per qualcuno. E di conseguenza la visibilità su Instagram aumenta.
E la conversazione è uno di questi comportamenti.
Questo è un aspetto che molte aziende sottovalutano.
Pubblicano un post.
Ricevono dieci commenti.
E non rispondono a nessuno.
Dal punto di vista della comunicazione stanno perdendo un’opportunità.
Perché ogni commento può diventare un nuovo contenuto.
Un utente chiede:
«Quanto costa?»
Rispondi.
Un altro chiede:
«Funziona anche nel mio caso?»
Rispondi.
Un altro contesta:
«Secondo me non è così.»
Rispondi.
Un altro racconta la propria esperienza.
Rispondi.
La sezione commenti diventa progressivamente più ricca.
E soprattutto comunica a chi arriva sul post per la prima volta che dietro quel profilo c’è qualcuno che ascolta e partecipa.
C’è una convinzione che continua a resistere nel mondo dei social: più like hai, più Instagram mostrerà i tuoi contenuti.
Sembra logico.
Pubblici un post, arrivano 500 like, Instagram vede che il contenuto piace e decide di mostrarlo a più persone.
Peccato che non funzioni esattamente così.
E questo è il motivo per cui comprare like su Instagram può gonfiare un numero, ma non necessariamente far crescere un profilo.
Il problema è che Instagram non deve semplicemente capire quante persone hanno premuto sul cuoricino.
Deve capire quanto un contenuto interessa davvero alle persone.
E per farlo osserva un insieme molto più ampio di segnali.
Immagina due Reel.
Il primo riceve 2.000 like.
Il secondo ne riceve 700.
Guardando soltanto questi due numeri penseresti che il primo sia il contenuto migliore.
Poi guardiamo cosa è successo realmente.
Il primo video viene guardato per pochi secondi, riceve qualche like e viene dimenticato.
Il secondo viene visto fino alla fine, viene riguardato, condiviso nelle storie, inviato agli amici e genera decine di commenti.
Quale dei due contenuti pensi che Instagram abbia più interesse a distribuire?
Il secondo.
Perché il suo valore non è rappresentato soltanto dai like.
Instagram cerca continuamente di capire quali contenuti possono essere interessanti per ciascun utente e utilizza diversi segnali per determinare cosa mostrare nel Feed, nei Reels, in Esplora e nelle raccomandazioni. Meta ha inoltre continuato a intervenire sui sistemi di ranking per favorire contenuti originali e dare maggiore possibilità di raggiungere nuove persone anche agli account più piccoli.
E qui si capisce perché comprare semplicemente dei like può essere una strategia molto debole.
Il numero di like è facile da vedere.
Per questo è diventato una delle metriche più utilizzate per giudicare un contenuto.
Ma non è necessariamente la più importante.
Pensiamo a un Reel.
Una persona lo vede e mette un like.
Un’altra persona lo guarda fino alla fine e lo riguarda due volte.
Una terza lo invia a un amico perché pensa che sia divertente.
Una quarta lascia un commento.
Una quinta lo salva perché vuole riguardarlo più avanti.
Sono tutte forme di interesse diverse.
E per Instagram non hanno necessariamente lo stesso significato.
Anche il tempo di visione, per esempio, è un segnale molto interessante per i video. Instagram ha introdotto da tempo metriche come il watch time totale e quello medio proprio per aiutare i creator a capire quanto riescono a mantenere l’attenzione del pubblico.
Quindi un Reel con 1.000 like ma guardato superficialmente può essere meno interessante di un Reel con 300 like che riesce a trattenere molto più a lungo le persone.
Qui c’è un fenomeno che si vede continuamente su Instagram.
Un creator pubblica un video con un’opinione estremamente netta:
«Se fai colazione così, stai sbagliando tutto.»
Oppure:
«Questo è il peggior ristorante della città.»
Oppure ancora:
«Se usi questo prodotto, stai buttando via i tuoi soldi.»
E sotto il video succede il finimondo.
«Ma cosa stai dicendo?»
«Assolutamente falso.»
«Finalmente qualcuno che lo dice.»
«Non capisci niente.»
«Ti sbagli completamente.»
Il creator non ha necessariamente creato un contenuto migliore dal punto di vista informativo.
Ha creato un contenuto che genera una reazione.
Le persone commentano, rispondono ad altri commenti, condividono il video con gli amici per discuterne e continuano a guardare il contenuto per capire dove vuole arrivare.
Questo non significa che bisogna trasformare ogni profilo aziendale in una macchina della provocazione.
Significa capire una cosa fondamentale:
un contenuto che genera una reazione può avere molto più potenziale di un contenuto che genera semplicemente dei like.
No.
La provocazione è soltanto uno dei modi per stimolare una reazione.
Puoi farlo anche attraverso una domanda, una sorpresa, una dimostrazione, un confronto, un’opinione controcorrente o un contenuto particolarmente utile.
Un ristorante potrebbe pubblicare:
«3 piatti che non ordinerei mai in questo ristorante.»
Potrebbe sembrare una pessima idea.
In realtà potrebbe generare moltissime reazioni, soprattutto se il video spiega poi il motivo delle scelte.
Un negozio di arredamento potrebbe invece pubblicare:
«Tre errori che fanno sembrare piccolo un soggiorno.»
Non c’è nessuna provocazione.
Ma c’è un motivo per fermarsi a guardare il video.
Ed è questo il punto.
Non devi creare contenuti per ottenere like. Devi creare contenuti che le persone abbiano un motivo per guardare e con cui abbiano voglia di interagire.
Qui bisogna distinguere due cose.
Se acquisti like per un post, quel numero aumenta.
Se ne compri 1.000, potresti vedere 1.000 nuovi like.
Il problema è che il numero non racconta necessariamente una crescita reale dell’interesse verso il tuo profilo.
Quei like non significano automaticamente che quelle persone guarderanno i tuoi prossimi Reel, commenteranno i tuoi contenuti, visiteranno il tuo sito o acquisteranno qualcosa.
Ancora peggio, se il profilo accumula grandi quantità di interazioni che non corrispondono al comportamento reale del suo pubblico, il numero dei like può diventare una metrica completamente scollegata dal valore commerciale del contenuto.
È un po’ come riempire un negozio di persone che entrano, guardano la vetrina per un secondo e poi escono.
Da fuori sembra pieno.
Ma non significa che stia vendendo.